Anatomia della violenza
«La violenza non è forza ma debolezza,
né mai può essere creatrice di cosa alcuna, ma soltanto distruttrice»1.
Benedetto Croce,
nobile, filosofo, storico, politico, critico letterario e scrittore italiano,
principale ideologo del liberismo del 1900 italiano ed esponente del neoidealismo,
(Pescasseroli, 25 febbraio 1866 – Napoli, 20 novembre 1952).
Siamo quotidianamente sommersi da flussi mediatici che documentano la preoccupante diffusione di condotte violente. Il primordiale fratricidio di Caino fonda l’archetipo di un male senza tempo: iniquità che germoglia dall’invidia, si nutre del rifiuto del diverso e si legittima nell’elusione della responsabilità verso il prossimo. Nella sferzante ed evasiva contro–domanda con cui Caino, anziché rispondere a Dio, preferisce schernirsi con ironia «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9) è racchiuso il nucleo di ogni futura deriva sociale. Nel corso di millenni, questa dinamica difensiva non è svanita: ha mutato sembianze e affinato i propri mezzi, amplificandosi fino a pervadere l’orizzonte della nostra epoca.
La violenza germoglia e nutre le sue radici nell’ombra e nel silenzio, elevando il fusto per imporre la propria presenza per poi maturare amari frutti che, una volta consumati, lasciano ferite e segni indelebili. L’idea di violenza evoca, quasi per riflesso condizionato, la sua dimensione fisica. Si tratta, in realtà, di un fenomeno complesso e multidimensionale. Agisce come un prisma che scompone la luce dell’esistenza in rifrazioni di dolore. Questa forza attraversa dinamiche materiali o immateriali devastanti, ferendo sia ognuno di noi, sia la trama stessa della nostra comune umanità.
La violenza diretta si consuma nel gesto coercitivo di forza e armi, atto deliberato che nega l’alterità per imprimere sul corpo il segno intenzionale di lesione, dolore e silenzio definitivo della morte.
La violenza verbale si colloca sulla soglia di questo abisso trasformando la parola, nata per unire, in lama invisibile. Non ha bisogno di gridare per ferire: striscia nel fango di un insulto, nel silenzio che esclude e in frasi taglienti che colpiscono lo spirito prima ancora del corpo. Quando la lingua rinuncia ad essere ponte e diviene muro l’incontro interpersonale svanisce. Questo soffio di voce avvelena la sorgente della comprensione, spegne il respiro del colloquio e prepara il terreno a ogni altra forma di dolore, logorando mente e dignità.
La violenza psicologica sfigura la nostra anima poiché, per mezzo di umiliazioni, minacce e isolamento, mina l’autostima e disperde la radice stessa dell’autonomo pensiero. È un gelo profondo che arresta ogni slancio sul nascere, un’erosione silente che sfalda l’intimo equilibrio, lasciando soltanto un’eco che ci fa dubitare.
La violenza strutturale insita nei sistemi politici, soffoca il nostro presente e il nostro futuro attraverso disparità profonde, barriere istituzionali e diniego di beni essenziali come cura e istruzione.
La violenza economica sgretola la nostra indipendenza materiale attraverso un controllo pervasivo su risorse, lavoro, beni e servizi. Nel momento in cui ci viene sottratto il diritto di decidere della nostra vita l’autodeterminazione sfuma nel silenzio. Senza più libertà di scelta il legame con gli altri svanisce e diventiamo presenze vuote.
La violenza culturale silenziosamente si cela tra consuetudini, linguaggi e stereotipi del nostro tempo, rendendo ordinario il pregiudizio e legittimando soprusi, fino a farceli accettare come normali e inevitabili. È un potere che muta l’ingiustizia in uno scenario consueto e, nel profondo, soffoca l’innato risveglio della nostra coscienza.
La violenza ambientale perpetra un invisibile oltraggio che recide il nostro legame con la biosfera, violando il principio di responsabilità verso il futuro e condannando le nuove generazioni all’eredità di una terra sfigurata. È una dinamica lucidamente evidenziata da Papa Francesco2 nella sua enciclica sulla cura della casa comune, Laudato si’3, laddove ci ricorda che «La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi» (n. 2)4.
La violenza mediatica si rifugia dietro il deformante filtro delle radiofrequenze e degli schermi luminosi, asservendo orecchi e occhi per nutrirci di spettacolarizzazione del dolore e mercificazione della verità. Questa manipolazione plasma le opinioni e indirizza le nostre scelte ben oltre le logiche di mercato, riducendo il dramma altrui a puro intrattenimento. È potenza che anestetizza la coscienza poiché, dissolvendo la compassione nel flusso continuo di parole e immagini, ci rende indifferenti spettatori del crollo sociale e ci priva del naturale impulso umano ad aiutarci l’un l’altro.
La violenza digitale si diffonde nei circuiti dell’algoritmo all’interno della rete web, dove l’anonimato di profili dissolve l’etica del volto e deforma questa straordinaria tecnologia, trasformando la gogna virtuale in un’asettica, ma profonda, scomposizione del nostro essere.
Le diverse forme di violenza, dunque, si somigliano per la loro stessa natura dissonante e, vibrando all’unisono, finiscono per fondersi in un unico accordo oscuro. Da quel nucleo sonoro si propaga un flusso cupo, capace di spegnere il respiro del mondo senza tuttavia scalfire la grazia immortale che ne abita il cuore profondo.
Tale assoluto contrasto svela la molteplicità del male e della sopraffazione, manifestandosi con dolorosa nitidezza anche nella storia dell’arte.
Un esempio emblematico di come diverse declinazioni di violenza possano convergere in un unico spazio lo ritroviamo nell’opera ad olio su tela Giuditta che decapita Oloferne, noto anche come Giuditta decapita Oloferne. Il capolavoro barocco, realizzato dalla pittrice italiana Artemisia Gentileschi5, spietatamente manifesta l’omonimo episodio biblico (cfr. Gdt 13,1–10). L’atto fatale compiuto da Giuditta ai danni del generale supremo dell’esercito di Nabucodonosor (Gdt 2,4) supera, quindi, la dimensione del racconto. Si eleva a paradigma di un’emancipazione dolorosa, in cui la vittima si riappropria del proprio destino di fronte alla sopraffazione strutturale. Il dipinto, in tal modo, si trasforma in uno straordinario chiaroscuro, profondo e rigoroso: uno spazio d’indagine in cui, immutate nel tempo, si compongono tensioni psicologiche, conflitti politici e intrinseca complessità della nostra condizione umana.
L’Articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite a Parigi il 10 dicembre 1948 quale argine a questo perenne groviglio di prevaricazioni, sancisce che «Tutti gli esseri umani nascono liberi e eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza»6.
La nostra risposta, laddove nefandezza effonde buio, non è rifugio indifferente, ma dedizione che scaturisce dal confronto, traducendosi in quella scrupolosa cura generata ascoltandoci, dialogando e sostenendoci reciprocamente. È l’assunto teorico che il filosofo tedesco Hans Jonas7 esprime nel principio secondo cui «la responsabilità è la cura per un altro essere quando venga riconosciuta come dovere»8. Le nostre fragilità, in questa prospettiva, non sono limite alla libertà, ma richiamo a proteggerci insieme. Si realizza, così, quel perentorio monito che il filosofo francese Emmanuel Lévinas9 affida definitivamente al «volto dell’altro», nel quale «si manifesta l’ordine di non lasciarlo solo nella sua mortalità»10.
Ruvo del Monte, 28 ottobre 2026.
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1 Benedetto Croce, La storia come pensiero e come azione, Adelphi Edizioni, collana “Biblioteca Adelphi”, n. 433, Milano 2002, pag. 294.
2 Sua Santità Papa Francesco, nato Jorge Mario Bergoglio, (Buenos Aires, 17 dicembre 1936 – Città del Vaticano, 21 aprile 2025), è il 266° papa della Chiesa Cattolica e vescovo di Roma e 8° sovrano dello Stato della Città del Vaticano, dal 13 marzo 2013 fino alla sua morte. È il primo pontefice appartenente ai chierici regolari della Compagnia di Gesù, comunemente denominati gesuiti, e primo papa proveniente dal continente americano.
3 Laudato si’ è la seconda lettera enciclica scritta da papa Francesco, sottotitolata sulla cura della casa comune, firmata il 24 maggio 2015, Solennità di Pentecoste, nel terzo anno di Pontificato.
4 Papa Francesco, Laudato si’, Lettera enciclica sulla cura della casa comune, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana 2015, ISBN 978–88–209–9578–2, n. 2, pag. 3.
5 Artemisia Lomi Gentileschi, (Roma, 8 luglio 1593 – Napoli, tra il 1654 e il 1656), è una pittrice italiana di scuola caravaggesca.
6 AA.VV., Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Dichiarazione universale dei diritti umani, Garzanti, Milano2018, pag. 21.
7 Hans Jonas, (Mönchengladbach, 10 maggio 1903 – New York, 5 febbraio 1993), è un filosofo tedesco naturalizzato statunitense con origine ebraica.
8 Hans Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, a cura di di Pier Paolo Portinaro, Einaudi, Torino 1990, pag. 285.
9 Emmanuel Lévinas, (Kaunas, 12 gennaio 1906 – Clichy, 25 dicembre 1995), è un filosofo francese con origini ebraico–lituane.
10 Emmanuel Lévinas, Tra noi. Saggi sul pensare–all’altro, a cura di Emilio Baccarini, Jaca Book, Milano 1998, pag. 183.
Pubblicato mercoledì 28 ottobre 2026, alle ore 20:30.
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